La costante di Planck e l'energia del fotone
Nel
1900, Max Planck stava lavorando sul problema di come la radiazione
emessa da un oggetto è legata alla sua temperatura. Ottenne
una formula che era in buonissimo accordo con i dati sperimentali;
la formula però aveva senso solo se si accettava che l'energia
di una molecola oscillante fosse quantizzata--cioè,
che potesse assumere solo determinati valori. L'energia avrebbe
dovuto essere proporzionale alla frequenza di oscillazione, e risulava
propagarsi in piccoli "pacchetti", multipli del prodotto della frequenza
per una certa costante. Questa costante divenne nota come costante
di Planck, o h, ed ha il valore di
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Non
capisco questa espressione. Penso che chiederò
al Dr. Mahan cosa significa J. |
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E'
una costante davvero piccola. |
Sì,
però l'idea che l'energia potesse trasmettersi solo in "pacchetti"
discreti (per quanto molto piccoli) era assolutamente rivoluzionaria.
Planck in realtà non si rese conto sul momento della novità
radicale del suo lavoro; egli pensava di aver solo giocato un po'
con la matematica per arrivare alla "riposta giusta", ed era convinto
che qualcun altro avrebbe trovato una spiegazione migliore per la
sua formula. |
Immagino
che Einstein lo avesse preso molto sul serio, invece. |
Molto
sul serio. Basandosi sul lavoro di Planck, Einstein propose che
anche la luce trsportasse la sua energia in pacchetti; essa consisterebbe
dunque di piccole particelle, o quanti, chiamate fotoni,
ognuna con un'energia uguale alla costante di Planck moltiplicata
per la frequenza. |
In
questo caso, la frequenza della luce sarebbe importante per
l'effetto fotoelettrico. |
Esatto.
I fotoni con maggiore frequenza hanno più energia, quindi
dovrebbero espellere gli elettroni con una velocità maggiore;
perciò, scegliendo una luce della stessa intensità
ma di frequenza maggiore, l'energia cinetica massima degli elettroni
emessi dovrebbe aumentare. Se si lascia invariata la frequenza e
si aumenta l'intensità, dovrebbero essere emessi più
elettroni (poichè ci sono più fotoni che li colpiscono),
ma non con maggiore velocità, poichè ogni singolo
fotone ha ancora la stessa energia. |
E
se la frequenza è sufficientemente bassa, nessun fotone avrà
abbastanza energia per espellere un elettrone dall'atomo. Quindi,
se si usa luce a frequenza molto bassa, non si dovrebbe ottenere
nessun elettrone, indipendentemente da qual è l'intensità
della luce. Viceversa, se si usa luce a frequenza molto alta, si
dovrebbe riuscire ad espellere qualche elettrone anche se l'intensità
è molto bassa. |
Proprio
così. Perciò, con pochi semplici misure, l'effetto
fotoelettrico dovrebbe essere in grado di dirci se la luce è
composta di particelle o di onde. |
Qualcuno
ha compiuto gli esperimenti? Cosa ne è uscito? |
Nel
1913-1914, R.A. Millikan compì una serie di esperimenti estremamente
accurati sull'effetto fotoelettrico. Trovò che tutti i risultati
erano in accordo con le previsioni di Einstein riguardo ai fotoni,
e non con la teoria ondulatoria. In effetti, Einstein vinse il Premio
Nobel per il suo lavoro sull'effetto fotoelettrico, non per la più
famosa teoria della relatività. |
Quindi
la luce è fatta di particelle! Ma, aspetta...e l'esperimento
della doppia fenditura? Non riesco a capire come la luce possa produrre
delle figure di interferenza come quelle, se non è costituita
da onde. |
Sì,
purtroppo le cose sono un po' più complicate di così.
Alcuni risultati sperimentali, come questo, sembrano provare, oltre
ogni ragionevole dubbio, che la luce è composta di particelle;
altri sembrano riaffermare, altrettanto irrefutabilmente, che è
formata da onde. Possiamo solo concludere che la luce è,
in qualche modo, sia un'onda sia una particella--o che è
qualcos'altro che non siamo in grado di visualizzare, e che ci appare
come una cosa o l'altra a seconda di come la guardiamo. |

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